"Dialogo sotto la neve" racconto di Sabrina Gregori

Tom guardò i fiocchi di neve che scendevano lenti. «È incredibile come non ce ne sia uno uguale all'altro...», disse.

«Freddo, freddo, freddo, freddo...»
«Tra poco arriveranno, vedrai, Jack.»
«Casa, casa, casa, casa...»
L'erba del giardino si stava rapidamente nascondendo sotto la coltre bianca. Il silenzio della sera era acuito dal tappeto di neve, steso sull'asfalto.
«Hai mai pensato a come tutto sia più soave sotto a un manto di neve? C'è un senso di pace, di serenità.»
Tom si spostò di lato, quattro passi più in là.
«Guarda, Jack, guarda le nostre orme!»
«Orme, orme, orme, orme...»
«La stessa testimonianza del nostro essere è in queste impronte sull'immacolato tappeto di neve. Eppure, nello stesso tempo, è la brutalità di un candore violato.»
Jack avanzò e si girò a guardare dietro di lui.
«Orme, orme, orme, orme...»
Tom alzò lo sguardo verso il cielo tempestato dai fiocchi di neve che scendevano sempre più numerosi.
«Che spettacolo della natura! E noi, come siamo piccoli in confronto ad essa. Guardaci: due puntini neri nell'infinità dell'Universo.»
«Neri, neri, neri, neri...»
«Oh, sei sempre così elementare, Jack. Non potresti sforzarti di seguire un ragionamento filosofico, una volta tanto?» Tom si voltò a guardare Jack, che girava su se stesso sotto i fiocchi di neve.
«Gioco, gioco, gioco, gioco...»
Sbuffò rassegnato. «Fiato sprecato, tu proprio non puoi capire. Meno male che nella mia vita ci sono anche loro. Se fossi da solo con te, mi abbrutirei giorno dopo giorno.»
Jack si voltò a fissare Tom, starnutì e si sedette ad aspettare.
«Ehi, mica gli hai portato un regalo anche oggi?» chiese Tom.
Jack voltò la testa e lo guardò negli occhi. Poi si girò e si spostò di due passi, indifferente.
Tom insistette: «Gliene hai lasciato uno in veranda?»
Jack continuò a camminare lento nel cortile, guardando le piccole orme prodotte dai suoi passi.
«Orme, orme, orme, orme...»
«Non potresti rispondermi? Oh, senti, io me ne infischio. Saranno affari tuoi se loro si seccheranno per uno dei tuoi regali.»
Jack si voltò con sguardo fiero. «Regali, regali, regali, regali...»
Tom camminò leggero sulla neve fresca. «Che delicata sensazione. Era tanto che non nevicava. Non ricordavo come fosse.» Allargò le narici per annusare l'aria frizzante di quella sera. «Ah, com'è piacevole, rigenerante.»
«Freddo, freddo, freddo, freddo...»
«Sì, fa un po' freddo, ma a me piace. Devo avere sangue norvegese che mi scorre nelle vene, lei lo dice spesso.» Tom sospirò e si sedette, rilassato. Poi alzò la testa. «Com'è buia la notte. Milioni di fiocchi di neve, ma neanche una stella, stasera.» Si grattò un orecchio, pensoso, e riprese la sua osservazione. «Tu pensi che siamo soli nell'Universo, Jack?»
«Fame, fame, fame, fame...»
«Io credo di no», continuò Tom. «Sarebbe presuntuoso pensare che ci sia vita soltanto su questo pianeta. Ci saranno altri essere meravigliosi come noi anche in altri punti del cielo stellato!» Si fermò a fissare un fiocco di neve che gli era caduto addosso, ma un movimento improvviso lo distrasse. Si girò e vide Jack correre nel giardino. Dietro di lui, piccole orme si stagliavano sul manto di neve sempre più spesso. «Ma cosa fai?»
«Cibo, cibo, cibo, cibo...»
«Vieni qui, che tra poco arrivano loro! Entreremo in casa e ci sarà la cena.»
Jack continuò a correre a zig zag.
«In effetti, ce l'ho anch'io un languorino», disse Tom, «ma loro dovrebbero essere qua a momenti. Sono sicuro che ci offriranno una cena coi fiocchi...», restò un attimo sorpreso, «... di neve! Ah ah ah, coi fiocchi di neve! Carina questa, no Jack? Una cena coi fiocchi di neve!»
Jack non lo ascoltava, correva dietro a qualcosa, nel bianco del giardino.
Tom drizzò le orecchie. «Mi sembra di sentire il rumore del motore della loro macchina.» Si guardò in giro e chiamò: «Jack! Stanno arrivando!» Si alzò e andò verso il cancello.
«Topo, topo, topo, topo...» Jack arrivò con un topolino che gli pendeva dalla bocca, ancora vivo.
«Un altro regalo!» sbottò Tom. «Dai, smettila, adesso andiamo a cena», e gli diede una sberla. Il topo cadde dalla bocca di Jack, approfittò del momento e scappò via veloce. Jack fece per corrergli dietro, ma Tom lo fermò. «Stai buono, lascia perdere il topo», disse, e si lisciò il pelo lungo con la lingua rosa.
«Topo, topo, topo, topo...»
Il cancello si aprì e un'automobile entrò nel cortile. Vi scesero un uomo e una donna.
«Eccoli Jack!»
«Cena, cena, cena, cena...»
La donna li vide e si avvicinò. «Ecco qua i miei due tesorucci! Era tanto che aspettavate, amorini? Ora entriamo e vi diamo la pappa!»
Tom si strusciò sulle sue gambe, Jack corse verso la porta di casa con la coda alta.
«Miao!»