"Pioggia" racconto di Roberto Hechich

Pioggia. Precipita giù dal cielo nero. Ticchetta incessante sui tetti, sulle foglie degli alberi, sugli ombrelli oramai inutili spazzati via da un vento gelido, sui tendoni dei negozi bui e vuoti, sulle cerate dalle strisce luminescenti di chi osserva preoccupato i piccoli torrenti che man mano s’ingrossano tra le vie della città. Pioggia, pioggia, pioggia, tre giorni di pioggia senza un attimo di tregua. Quel picchettare continuo ti impedisce di pensare, perfora il cervello, ti fa impazzire; lava le facciate degli edifici, le strade, le fogne. Bagna i visi stanchi e preoccupati dei pochi rimasti mentre guardano intimoriti il fiume che divide il centro, penetra in ogni varco degli indumenti e scende per la schiena, raggelando anche le anime. Luci blu lampeggianti si stanno ritirando lontano. Mille rigagnoli portano via la sporcizia accumulata da anni di sfacelo.
-Venga via, è pericoloso, non rimanga sull’argine-.
-Non preoccuparti Michele, vai-.
-Ma signore…-
-Che giorno è oggi?-
-Il ventiquattro febbraio-.
-Gran giorno il ventiquattro febbraio-.
Sguardo perplesso. -Signore, dobbiamo andare-.
-Non ti preoccupare, e non ti sognare di passare per il ponte a monte: è pericoloso-.
-Ma signore…-
-Vai! So arrangiarmi da solo-.
Michele guarda l’acqua alzarsi a vista d’occhio. Titubante arretra e poi, quasi di corsa, sale sulla berlina blu e parte, i tergicristalli che ruotano impazziti.
L’uomo osserva il ponte poco più a valle, l’acqua ha oramai raggiunto la volta delle arcate. Si accorge che il fiume sta per tracimare. E’ completamente bagnato, trema dal freddo, ma non se ne cura: più i vestiti inzuppati si fanno pesanti, più si sente leggero. Sale sul piedistallo di una statua posta sull’argine, si aggrappa al busto della dea. A monte la collina è illuminata da serpenti di luci offuscate dalle pareti d’acqua cadente. A un tratto i serpenti sembrano prendere vita, muoversi sinuosi. Un rombo lontano. L’uomo osserva l’incubo, specchio della sua personale rovina, e sorride. Vede le case arrotolarsi l’una sull’altra e poi niente, il buio. Il centro residenziale da lui voluto non esiste più, assieme alla sua lussuosa casa e probabilmente a sua moglie. “Il geologo aveva ragione, ecco perché abbiamo dovuto dargli così tanti soldi”. Osserva tutto quello che il fiume sta portando a valle: pezzi di lampioni, di case, panchine, segnali stradali, resti fradici di documenti, urne. “Tutta la merda che abbiamo accumulato in questi anni”. Una macchina scura galleggia ancora miracolosamente tra i gorghi mentre viene trascinata a valle; l’autista in precario equilibrio sul tetto scruta angosciato verso riva.
L’uomo guarda Michele che gli passa davanti in mezzo al fiume, mentre la macchina affonda sempre più. Incrocio di sguardi disperati.
-Te l’avevo detto di non passare subito a monte, lo sapevi benissimo che il ponte era fatto di sabbia- gli urla l’uomo, come se stesse sgridando un bambino disubbidiente.
La macchina si rovescia e si scontra con la volta del ponte più a valle, la testa dell’autista schiacciata in mezzo.
“Tutti i tuoi soldi non ti sono serviti a niente. Ti hanno solo ammazzato”.
Calde luci lampeggianti si avvicinano per la strada dietro l’argine. Due uomini in divisa, le strisce fosforescenti che spiccano nel buio quasi totale, scendono. -Signor Sindaco, la stanno cercando dappertutto. Cosa fa là, è pericoloso, il fiume sta per straripare, venga, venga via-.
Il sindaco sul piedistallo si volta -Guardo la città che si ripulisce-.
-Come?- Il rumore dell’acqua sovrasta tutti gli altri suoni.
-E’ bello vedere passare tutta la merda che abbiamo prodotto-.
I due volontari si guardano, sconcerto nei loro sguardi.
-Non c’è più tempo, venga via per l’amor di Dio-.
Il sindaco sorride e si volta di nuovo verso quel ribollire torbido.
L’acqua sta arrivando alle caviglie dei due uomini. Osservano il sindaco impazzito, poi il fuoristrada, le gomme quasi completamente sommerse, salgono il più in fretta possibile e ripartono. Due ali d’acqua sollevata accompagnano la loro fuga.
Il sindaco osserva i fitti filari di pioggia scendere alla luce dei pochi lampioni rimasti ancora accesi. L’acqua del fiume gorgoglia, lambisce oramai la statua dove è abbarbicato. -Lava, lava via tutta sta schifezza-, urla al cielo -benedetta tu sia acqua-. Manca solo un piccolo particolare per completare l’opera.
Il sindaco non stringe più i fianchi della dea, muove un passo in avanti.