Natasa Cvjianovic, "La dama e l'aquila"

Edizioni Segno
La storia si dipana dall’estremo Nord Ovest degli Stati Uniti di fine ottocento alla Trieste dei primi anni del ventesimo secolo, dall’assorbimento della cultura indiana e dei suoi misteri sciamanici da parte della protagonista al cuore delle “magnifiche sorti e progressive” di un’Europa che non riesce a vedere il baratro in cui sta per gettarsi in un impeto di autodistruzione, perfetta metafora del destino di uno dei protagonisti. L’autrice tesse con grande perizia una vicenda affascinante in un crescendo che sorprenderà il lettore fino al finale del tutto inatteso. Lo stile è attuale ma, grazie a dialoghi magistralmente condotti e a termini accurati,  richiama benissimo l’atmosfera dei primi novecento, tanto che, in alcune parti, sembra quasi evocare il ricordo di Svevo.
I personaggi sono ben delineati negli  aspetti essenziali ed è godibile intuirli e scoprirli attraverso le loro parole, i loro atteggiamenti, le loro debolezze.
La protagonista, la Dama, racconta la sua lunga vita a due ascoltatori interessati che rappresentano bene le due concezioni opposte dei tempi moderni: il positivismo razionale e la percezione di una realtà “altra” che affonda le sue radici nei nostri archetipi universali. Attraverso questo personaggio riusciremo a capire che la realtà non è solo quella che ci ostiniamo a percepire, ma esula dal tempo e dallo spazio e dagli stessi confini tra la vita e la morte. La vita e la morte spesso si scambiano i ruoli poiché quest’ultima non è che vita “altra”, invisibile ai più, ma non meno reale. L’essenziale è invisibile agli occhi, ma non a quelli della Dama. E’ per lei questo al contempo un dono e una maledizione.
Un tema affrontato recentemente anche dal cinema, con i bellissimi films di Shyamalan e Alejandro Amenàbar (quando il lettore finirà il libro capirà istantaneamente di  quali opere stia parlando). E questo libro può benissimo ispirare una sceneggiatura   cinematografica probabilmente superiore. Non pensiamo che l’essenza di queste vicende sia avulsa dalle nostre terre e dalla nostra cultura. La tradizione dei Beneandanti friulani, sorta di sciamani le cui origini si perdono nella notte dei tempi e tra i confini dell’Europa e dell’Asia, ne è un esempio.
Un libro che sicuramente lascerà il segno anche nel lettore più esigente.

Roberto Hechich