Presentazione di Gabriella Valera Gruber

Nel raccolto e caldo spazio-incontri della Libreria Borsatti il libro di Maria Luisa Grandi “La famiglia von Sonderburg” è stato presentato a tre voci. Gabriella Valera Gruber ha anzitutto sottolineato l’intensità emotiva della scrittura nella perfetta fusione fra tempo storico e tempo biografico in cui vivono, maturano e cambiano i personaggi, il profilo psicologico di ciascuno e il loro essere coprotagonisti di una trama senza strappi. Paolo Quazzolo, anche in coerenza con la sua spacializzazione di storico del teatro, ha rappresentato gli aspetti di costruzione “scenografica” di quegli spazi che nel romanzo sono egualmente riempiti dal vivere quotidiano dei personaggi e dalla traccia della storia che sta mutando; infine la giornalista e scrittrice Marina Silvestri ha ricordato quanto l’abbia colpita l’inversione del punto di vista, la guerra raccontata dalla parte degli sconfitti austriaci, rappresentati come tali anziché, dal punto di vista italiano, come dominatori.
Di seguito la presentazione del libro scritta da Gabriella Valera Gruber

Ha il fascino e la forza di un romanzo classico questo “La famiglia von Sonderburg. Fuga e ritorno” di Maria Luisa Grandi: per la complessità della trama, per l’ampiezza dello scenario su cui si conduce, per l’andamento ritmato della narrazione che attraversa gli anni della Grande Guerra e del cambiamento dalla Trieste asburgica alla Trieste italiana, con le nuove minacce che già si profilano all’orizzonte. E deve essere letto con una dedizione pari a quella con cui l’autrice – lo si avverte in ogni passaggio e in ogni curata rappresentazione – lo ha scritto.

Dunque cominciamo con il riconoscere alcuni valori formali dell’opera: perché la narrazione di cui si è detto, si snoda in realtà, dal punto di vista della forma e dei generi, in uno spazio intermedio fra romanzo e racconto.
Caterina, colonna della famiglia von Sonderburg e figura centrale nel libro, introduce nella storia raccontandola, così come essa giace nei suoi ricordi pacificati dal tempo: “erano trascorsi tre anni dalla fine della guerra…”. E l’andamento del racconto continua, sottolineato dalla modalità del tempo imperfetto, utilizzato ripetutamente per introdurre gli snodi da una fase ad un’altra della storia: “era trascorso un mese dalle nozze..”; “Era la fine del settembre del 1914”; “Eravamo a Natale del 1914…”; “Erano i primi di maggio del 1915…” e così via per tutta una serie di momenti quando la continuità del ricordo, del racconto e della vita si impone su ogni più grave frattura. Il racconto come forma della memoria, attraverso Caterina e Valeria (moglie di Ferdinando e controfigura femminile di Caterina, perché giovane e borghese e desiderosa d’un mondo nuovo ancora non ben conosciuto); il racconto di Ferdinando al figlioletto Francesco che sempre insistentemente lo richiede; il racconto di Carlo, figlio “difficile” di Caterina e Franz, oggetto di infinita preoccupazione, disinganno e amore, all’amico August, nei tempi della sua prigionia; il racconto di Fritz, amico di famiglia, fatto di una cura dei particolari che, lo rivela egli stesso, è un tentativo di conoscere le cose, osservandole.

Ma la storia ha anche tempi suoi propri, che sono per così dire esterni alla memoria, esterni alla percezione del soggetto che la narra. Ed ecco allora i grandi momenti di svolta segnati dal marchio del tempo passato, definitivo, non più rielaborabile. E’ il romanzo della storia che si fa avanti, la sua identità oggettiva, il suo vivere con una forza propria: “Il 28 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria…”; “Il 23 giugno del 1915 ci fu la prima cruenta battaglia…”; “a fine ottobre 1917 Tedeschi e Austroungarici scatenarono la dodicesima battaglia sull’Isonzo tra Tolmino e Caporetto…”.
Così anche nella vite private: dalla festa del 68 compleanno di Franz ( “Franz festeggiò il 68 compleanno il 2 aprile 1914”) con l’attenzione rivolta al prossimo matrimonio di Ferdinando e Valeria, “l’ultimo grande matrimonio di un’epoca che sta finendo!”, come afferma sospirando il vecchio, disorientato ma consapevole nella realtà che sta cambiando, alla nascita di Francesco, alla morte di Francesco Giuseppe (“il 28 novembre si apprese della morte dell’imperatore…”) con quella messa solenne che rappresenta “l’ultima cerimonia asburgica che si tenne a Trieste”: evento che, pur nel suo essere emblematico dal punto di vista storico, assume in realtà la risonanza di un “privato”, per quanto collettivo, sentimento del venir meno di valori in cui intere generazioni e intere classi sociali avevano creduto.
E così tanti altri eventi: morti e nascite, addii e ritorni. Cambiamenti segnati da qualche continuità come la presenza costante di Max, il maggiordomo completamente dedito e coinvolto nelle vicende dei suoi padroni, che con trepido affetto accoglie notizie negative e positive, se ne fa filtro, se potesse si farebbe scudo per proteggerli, e viene sempre di più integrato, e con sempre maggiore affetto, ma anche come segno dei tempi, nel tessuto familiare.
Si entra dunque nella storia a poco a poco, e vivono i personaggi, tutti comprimari, nessuno lasciato in ombra, nessuno privo di quell’amore che uno scrittore offre alle sue creature.
Lo sfondo è una Trieste austroungarica, una “piccola Vienna bagnata dall’Adriatico”, già caratterizzata, però, da una molteplicità di versanti capaci di convivere solo fino allo scoppio della guerra: la sua collocazione culturale mitteleuropea (“i bambini parlavano tedesco e italiano, mentre in famiglia si parlava la lingua d’origine”) costituisce certo la premessa di una particolare libertà intellettuale, ma anche promuove quei fermenti di italianità che l’irredentismo avrà il compito di segnalare e che la guerra porterà a compimento. D’altra parte il rapporto fra la ricca borghesia e la nobiltà triestina che “sempre hanno avuto bisogno l’una dell’altra” attraverserà momenti di crisi durante la guerra, per dare spazio, a guerra finita, ad un diverso ordine sociale, in cui i commerci e il bisogno di ricostruire prevarranno sul nostalgico ripiegamento verso la tradizione.
Su questo sfondo si muovono la famiglia nobile dei von Sondenburg e quella borghese dei Podgornik, i cui destini si incontrano nell’amore di Ferdinando e Valeria.
Su questo sfondo si muove anche tutto un mondo di sentimenti e di caratteri: ci sono gli spazi del femminile, al cui centro vive Caterina von Sonderburg, sposa, madre, gentildonna, nelle cui stanze “si respirava un’atmosfera di colta femminilità”; c’è la vanità sottile delle signore, nei loro abiti e nelle loro piccole manie, le danze, le corse dei cavalli, oppure il pudore gentile con cui vengono annunciati i momenti della maternità e dell’amore; e ci sono gli spazi del maschile in cui al senso del bello e di una intimità preziosa si sostituisce una complice consuetudine: gli uomini che si ritirano per parlare di politica, gli uomini che si concedono il piacere del sigaro, gli uomini che vivono spaesati il momento del parto di Valeria, e naturalmente la discussione sui fatti che stanno investendo la città e l’impero, e, sopra tutto, il senso dell’onore ineludibile.
Franz,che nei momenti gravi incontra i figli con l’autorità del padre, come nel caso di Carlo arrestato per irredentismo, o trattandoli da pari a pari, come nell’incontro con Ferdinando, quando la guerra dichiarata dall’Italia richiede un impegno non procrastinabile in difesa dell’Impero minacciato, non può darsi pace al pensiero di un figlio disertore: conosciuta la notizia del suo arresto comincia il suo calvario di contraddizioni: “Sentiva il casato infangato” … “Siamo in guerra, Carlo è un disertore, sarà processato e impiccato”… “Non aiuterò un disertore, pensò con dolore, si sentì male e chiamò Max, il quale stava fuori dalla porta, attento ad ogni rumore, pronto ad ogni evenienza”.
E in fondo l’onore anche in Carlo, una delle figure più complesse del libro. Figlio minore dei von Sonderbug  è travolto da una scelta più grande di lui. Attratto nel circuito degli irredentisti, desidera Trieste italiana in nome di una cultura assimilata attraverso la lingua (“in questa benedetta città si parla italiano”, esclama Caterina di fronte alla scelta del figlio che spera ancora reversibile).
Ma a guerra iniziata, la scelta irredentista non può più essere revocata.  A Carlo appare come l’unica possibile per rimanere coerente con i suoi ideali. “L’argomento è più grande di lui” ma “in fondo anche per morire basta una decisione”. E viene arrestato.
Gli viene offerta una via d’uscita con uno stratagemma pensato dall’amico Fritz, una scelta dolorosa, ritornare a combattere, duramente, nelle fila dell’esercito austriaco, sotto falso nome, e Carlo la compie dilaniato tra il rimorso verso coloro che rimangono in carcere e il rimorso d’avere provocato un dolore immane alla sua famiglia: “Come ho potuto fare loro questo!”. Carlo tenero zio, Carlo affettuoso fratello, Carlo che diventa suo malgrado, ma infine fedele ad una scelta strana, eroe nell’esercito asburgico, Carlo che, fatto prigioniero chiede notizie sulla conclusione della guerra e, di nuovo mosso dal suo più vero ideale, esprime una gioia tutta impolitica ma umanamente comprensibile per la vittoria dell’Italia laddove si rammarica della vittoria degli inglesi, senza considerare il dato storico della alleanza fra i due paesi contro l’Impero.
La guerra: la guerra travolge vite e culture, ambienti e abitudini. Eppure essa è “altro”. Altro rispetto alla vita vera degli uomini, lontana: altro rispetto alla felicità dell’amore e della giovinezza, altro quando se ne avvertono le prime avvisaglie ma la spensieratezza dei giovani ufficiali non esita a rimuoverne il pensiero per più allettanti prospettive (“arriviamo belle ragazze!”) e lo stesso Ferdinando, che ne sente parlare mentre sonnecchia in treno non bada troppo all’imminente catastrofe. Essa è lontana sul fronte russo da cui ritorna l’amico di famiglia Fritz con i suoi racconti.
Quando si avvicina e la prima linea è ormai “alla periferia di casa”, la vita comunque continua, sempre più difficile ma egualmente segnata da desideri e pensieri che sembrano volerla ignorare (Rodolfo pensa alla sua carriera di violinista, Valeria rimane estranea al dramma dell’impero e vuole un suo cavallo personale…). La vita continua a Trieste per la gente comune, continua nella villa di Abbazia per Caterina e Valeria. Francesco cresce, Valeria, superato il tempo dell’insofferenza per quanto di severo andava instaurandosi nella vita di tutti i giorni, matura e diventa definitivamente donna. Il dramma coinvolge egualmente i profughi dell’una e dell’altra parte: non sono loro a volere la guerra gli uni contro gli altri, essi sono comunque vittime.  Analogamente la nostalgia di bellezza e di amore non fa distinzione di schieramenti avversi: perché la guerra è altro rispetto al sentire degli uomini, li sovrasta e li travolge, con il suo potere assurdo, ma non può avere la meglio sulla loro identica umanità.
Come non citare almeno un brano del libro, quello in cui Fritz racconta d’essere stato fatto prigioniero per una sola notte dal comandante russo con la richiesta di suonare quella musica che egli offriva ogni giorno a se stesso e ai suoi compagni e che giungeva, come eco senza tempo e nostalgia di dolcezze perdute, oltre la linea di separazione fra i due eserciti nemici!
“I soldati, nella cupa noia della vita di trincea, aspettavano che Fritz li raggiungesse con il suo violino. Anche i soldati russi, rinchiusi nelle trincee nemiche, poco distanti dagli Austriaci, aspettavano quel momento di serenità”. “Suonavo per me” racconta Fritz, “per i miei feriti, per i miei soldati e anche per quelli russi”. Da “prigioniero” egli viene richiesto di suonare una notte intera; all’alba il commiato: “non la dimenticheremo, le auguro di suonare ancora a lungo per tutti i soldati del mondo”.
Per tutti i soldati del mondo, quasi che la condizione di soldato fosse ormai l’unica pensabile da parte di questi uomini, che tuttavia sentono di non essere ciò che la guerra impone, collocati come sono su fronti opposti da un non scelto destino.
A patire la guerra nel modo più acerbo sono forse i due fratelli Ferdinando e Carlo.
La prigionia di Carlo, sul finire del conflitto, viene presentata come un’ assurda “crociera” verso un continente di cui i prigionieri nulla sanno, per motivi di cui essi nulla sanno, in cui solo lo sguardo rivolto al cielo, un cielo grande e azzurro, apre a momenti di chiarezza interiore, e i morti, sepolti nelle onde dell’oceano, vengono tristemente compianti: poveretti, “morire così lontani da casa”! E’ la nostalgia della casa, della vita normale che affiora in ogni istante e in ogni pensiero.
Ferdinando in qualità di medico militare si trova di fronte a sofferenze inenarrabili: una “pietà illimitata […] gli devastava il cuore”. La guerra lo ghermisce nelle sue spire ed allora è lui che si allontana: da Valeria, dalla casa, dal figlio: “pur essendo a pochi chilometri da casa era come se fosse lontano sul fronte russo”. Non può essere diversamente. La vita è un’altra cosa: se la guerra devasta, la vita se ne separa e si sottrae per continuare il suo ininterrotto ciclo. Nella famiglia, attraverso la ricomposizione degli affetti.
“La famiglia von Sonderburg” potrebbe essere considerato un romanzo storico, per le molte puntuali considerazioni sulle peculiarità di Trieste dentro il grande dramma europeo, prima e dopo la fine della guerra, espresse tra l’altro dal punto di vista asburgico, costringendo il lettore italiano a mettersi dall’altra parte (un esempio fra tanti: Caporetto è una vittoria che dà qualche sollievo agli eserciti). E ci sono inoltre le ambientazioni: Trieste e Vienna, il porto, i caffè, i ritrovi, ma anche le ville, quella dei von Sonderburg a Scorcola e quella ricca di straordinaria biblioteca di Zia Sofia a Vienna. Un grande minuzioso affresco per una scenografia che esalta l’azione dei singoli e della collettività.
Ciò che forse più attrae, però, nella scrittura di Maria Luisa Grandi, è l’attenzione fine, la particolare grazia, con cui viene seguita la vicenda “privata” dei suoi personaggi.
Delicati e intensi sono gli amori, Valeria e Ferdinando, Carlo ed Anna, ma anche l’amore delicatissimo fra i due coniugi “anziani” Caterina e Franz.
“Come sei bello marito mio!” sussurra Valeria guardando il suo giovane uomo nella prima notte di nozze; “come sei bello amore” , “come ti amo”, le fa eco Caterina sempre più tenera verso Franz, ormai fragile e malato, che a sua volta a lei si rivolge con i più teneri appellativi.
Accanto al lirismo dell’amore ci sono tutti gli affetti: da quello parentale a quello dell’amicizia.
Nei momenti più duri della guerra basta poco perché in famiglia sia festa. Arriva la lettera di Ferdinando nel giorno del primo compleanno di Francesco, Francesco è il re della festa e tutti gioiscono con lui; dopo Caporetto un breve congedo di Ferdinando gli permette di tornare a casa: è un tripudio. Tutti partecipano della gioia, Ferdinando abbraccia Max il maggiordomo, accorrono a salutarlo la vecchia governante, la cuoca, la cameriera: “il pane fatto di crusca e segatura era tesserato… Tutti si chiedevano come avrebbero passato il prossimo inverno. Ciononostante in casa von Sonderburg ci fu festa grande perché i cuori erano in festa”. E a guerra finita, quando infine anche Carlo torna a casa, il 21 dicembre 1919, “Dio ti ringrazio mormorò fra sé Franz”, forse placato dopo l’infinito patire delle sue contraddizioni di uomo d’onore e di padre. Fu “un Natale particolare che assumeva per loro la peculiarità di vera celebrazione della famiglia. Caterina fece allungare la tavola da pranzo che fu festoso come quello di due giorni addietro”.
La famiglia e il gesto quotidiano, e, con gli affetti, il senso di una continuità da conservare, anche attraverso la salvaguardia del patrimonio familiare, secondo le regole, dentro un ordine che non ha fine, perché ogni fine si ricongiunge a un inizio.
Quante volte Caterina ha ascoltato dentro di sé la voce dei suoi pensieri ora che “la fine di tutto stava iniziando”, e aveva pensato al suo Franz: “Mio Franz, il destino ci ha voluto ultime foglie dell’autunno di un’epoca”. Ma a Vienna, immediatamente dopo la guerra eccola di nuovo pronta alla vita: “Vienna è in fiore, la tristezza se ne andrà”.
Ferdinando era sceso alla stazione di Vienna il 25 novembre del 1918 “all’imbrunire”. Ora però le cose “miglioravano di giorno in giorno, il futuro prendeva i colori dell’alba”.
Albe e tramonti.
Franz muore nella luce dorata di un tramonto. Francesco, che porta italianizzato il nome del nonno, cresce, “saltella” da una lingua ad un’altra parlando italiano sloveno e tedesco, nasce Sofia Caterina Sonia von Sonderburg che porta il nome di zia Sofia, si ritorna a Trieste dove tutto cambia rapidamente, una Trieste sospesa fra la fine e l’ inizio di un mare che l’abbraccia in una dimensione di speranza e di solitudine (“di lì [Valeria] vedeva il mare: la fine del mare Adriatico o il suo inizio”).
La vita riprende il suo corso. Ferdinando siede ormai nello studio di Franz, alla sua scrivania: “ora che Carlo è a Firenze non ci mancheranno più i sigari toscani” esclama, ricordando la complice consuetudine di un tempo. Ora però Franz non c’è più.
Caterina non ha più forza di raccontare. La storia è compiuta, la narrazione ha accolto in sé il romanzo e il racconto, li ha trasformati, coinvolgendo il lettore nell’azione con la forza di un dramma.
Ora la scena si spegne e l’autrice come il lettore rimangono in silenzio a pensare.
Gabriella Valera Gruber