Prefazione di Paolo Quazzolo

Ritrovarsi costituisce il secondo capitolo di quella che potrebbe, a tutto diritto, essere considerata come una “saga” familiare. Maria Luisa Grandi esordisce, infatti, nel 2010 con il romanzo La famiglia von Sonderburg, primo “atto” di una storia che racconta le vicissitudini di una casata aristocratica di antiche origini asburgiche, residente a Trieste. Lo sfondo storico è quello della Grande Guerra, e la narrazione di questo primo romanzo si dipana tra il 1913 e il 1921. Sono anni difficili per tutta l’Europa, coinvolta in una immane tragedia, e per Trieste, città che alla vigilia del conflitto è ancora un importante centro commerciale dell’Impero Austro-Ungarico, ma che al termine della guerra, divenuta italiana, conosce una violenta crisi economica e deve affrontare il complicato percorso alla ricerca di una nuova identità. Travolta da cambiamenti epocali, la famiglia von Sonderburg – al pari di molte altre – si trova improvvisamente straniera in casa propria.
La storia narrata da Maria Luisa Grandi è, infatti, non quella ufficiale scritta dai vincitori, ma, viceversa, quella vissuta dai vinti e, proprio per questo, poco conosciuta. Con un inedito capovolgimento di prospettive, La famiglia von Sonderburg propone la storia di Trieste vissuta non dal punto di vista dei cittadini italiani nell’entusiastico anelito verso il ricongiungimento alla madrepatria, ma viceversa attraverso gli occhi di una famiglia, sì intimamente triestina, ma di origine, formazione culturale e sentimenti austriaci. Ecco allora che la caduta dell’Impero, il rapido capovolgimento delle sorti nazionali, l’arrivo a Trieste degli italiani, è vissuto non come un atto liberatorio, quanto viceversa come un momento di smarrimento, caratterizzato da angoscianti interrogativi sul proprio futuro. E gli stessi membri della famiglia, posti di fronte al divenire degli eventi storici, reagiscono in modo opposto, chi rimanendo fedele all’Impero, chi passando pericolosamente dall’altra parte delle barricate, per combattere in favore dell’Italia.
L’incendio dell’Hotel Balkan, descritto in uno degli ultimi capitoli della Famiglia von Sonderburg, la crescente intolleranza all’interno di una città che, storicamente, era stata punto di incontro tra razze, culture e religioni diverse, prospetta l’avvento di tempi sicuramente difficili. Sull’immagine di una famiglia che, nonostante tutto, riesce a mantenere la propria identità nella forza stessa del suo affiatamento, si chiude il primo capitolo di questa “saga”, consacrato dalla nascita di Sofia, l’ultimogenita dei von Sonderburg, che porta con sé un dolce senso di speranza e fiducia nel futuro.
Ritrovarsi prende avvio qualche anno più tardi: siamo nel 1936 e nuovi venti di guerra si stanno agitando all’orizzonte. L’avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, trascinano rapidamente l’Europa verso una nuova, immane tragedia. La famiglia von Sonderburg è sempre protagonista del proprio destino, ma questa volta gli attori principali sono divenuti i rappresentanti della seconda e terza generazione. Il conte Franz è uscito di scena nelle ultime pagine del romanzo precedente; sua moglie Caterina è la rispettata decana di una famiglia ormai sempre più numerosa e ramificata. Ferdinando, figlio di Franz e Caterina, vive con apprensione, assieme a sua moglie Valeria, i primi passi nel mondo della sua prole: Francesco, ormai un giovanotto, studia all’Università di Vienna, mentre Sofia – proprio quella bimba la cui nascita aveva sigillato la chiusura del precedente romanzo – , sta concludendo gli studi superiori a Trieste e già guarda verso Vienna, la grande capitale austriaca, città d’origine della propria famiglia.
Ma c’è anche il ramo fiorentino della casata, con Carlo, fratello di Francesco, ormai sposato a una Ricci e padre di tre figli; e il ramo bavarese, con Anna, nipote del capostipite Franz, e suo marito Guido.
Il racconto, scandito in agili e ritmati capitoletti, si dipana attraverso luoghi differenti che fanno muovere la narrazione tra Vienna, Trieste, Firenze, la Baviera.
Seguendo la classica formula manzoniana del romanzo storico, in cui si intrecciano “un misto di realtà e finzione”, Maria Luisa Grandi racconta le vicende che scossero l’Europa tra il 1936 e il 1945 utilizzando personaggi d’invenzione, ma che ben riproducono situazioni, vicissitudini e drammi vissuti da centinaia di uomini.
La narrazione prende avvio attraverso la descrizione di una Vienna ancora non annessa alla Germania di Hitler, in cui i rampolli von Sonderburg vivono, con relativa serenità, la propria giovinezza, tra studio, incontri galanti, serate all’opera, balli di società. E anche a Trieste, la famiglia sembra trascorrere le proprie giornate seguendo antiche abitudini, ormai ben ambientata nella nuova situazione politica e nazionale della città.
Il rapido precipitare degli eventi, scanditi con precisione dall’autrice sullo sfondo del racconto, conducono allo scoppio del conflitto mondiale. L’immane tragedia vissuta da tutta l’Europa travolge anche la famiglia von Sonderburg: a pochi anni di distanza dalla Grande Guerra, la nuova generazione si prepara a subire l’inevitabile. Come già venticinque anni prima, nuovamente i protagonisti vedono frantumarsi la famiglia, costretta a dividersi tra luoghi lontani. Sofia, che per prima dovrà sopportare i lutti di una guerra orribile, decide stoicamente di rimanere a Vienna; Francesco, dopo aver combattuto in Africa, ripara a Firenze, ove incontra lo zio Carlo e conosce Loretta; Caterina e Valeria si trasferiscono in Friuli, mentre Ferdinando rimane a Trieste a esercitare la propria professione di medico presso l’Ospedale Maggiore. La moglie e i figli di Carlo trovano riparo in Sardegna, Loretta è costretta a trasferirsi sugli Appennini, Anna rimane a presidiare i beni di famiglia in Baviera, Guido scappa in Svizzera per sfuggire al bracconaggio delle SS.
La storia, a questo punto, si suddivide in numerosi intrecci paralleli, che si susseguono attraverso un abile montaggio incrociato. Il racconto si fa sempre più cupo e l’autrice raggiunge vette di alta drammaticità in pagine come quelle che narrano l’arrivo dei russi a Vienna, la guerra partigiana, il degenerare del conflitto nelle sue ultime fasi, con rappresaglie, vendette, bracconaggi e violenze gratuite.
Ne scaturisce un grande affresco, dalle tinte cupe e insanguinate, in cui il destino dei potenti si mescola a quello della gente comune, la sorte delle famiglie altolocate, con quella dei più umili. Su tutto domina un grande sentimento di pietà, di comprensione e di dolore che l’autrice vuole condividere con il lettore, coinvolgendolo emotivamente in un racconto dalle numerose sfaccettature.
L’avanzata degli Alleati, la morte dei tiranni, conducono al termine di una guerra che, probabilmente, nessuno avrebbe potuto immaginare così cruenta. L’Italia gioisce per la liberazione, le città, seppure gravemente ferite, cercano di tornare alla normalità. Con un’unica eccezione: Trieste. La città giuliana è l’unica parte d’Italia che ancora non conosce pace: gli ultimi giorni di guerra vedono, in rapida successione, il dominio tedesco, l’occupazione jugoslava, l’arrivo delle truppe neozelandesi e infine quelle degli Alleati. Orrori e violenze di ogni tipo si susseguono a ferire e offendere una città che – come ha dimostrato la storia – dovrà aspettare ancora molti anni prima di poter tornare alla normalità e di vedere definitivamente riconosciuta la propria appartenenza all’Italia.
Ma, nonostante tutto, il racconto allenta le proprie tensioni e la famiglia von Sonderburg, ancora una volta miracolosamente illesa, si prepara a riunirsi nella casa patriarcale di Trieste. In una sorta di armonica simmetria con la prima parte della “saga”, Ritrovarsi si avvia alla conclusione con una festa in cui tutti – o quasi – i protagonisti si incontrano in quello che è il luogo d’origine della famiglia, l’elegante villa situata sul colle di Scorcola. Ma non manca un velo di malinconia: in una delle pagine più intense del romanzo, l’ormai anziana Caterina, sopravissuta a due guerre, sente che «era giunto, assieme alla stagione, il suo autunno. Il giardino era rivestito dei colori più accesi e caldi, anche la statua della Bora le sembrava sorridere più del solito, offrendole il luccichio della sua candida pietra, quasi un invito. Il suo Franz l’aveva lasciata in un rosso tramonto di ottobre, lei lo avrebbe seguito altrettanto dolcemente, nella propria amata casa, con la gioia di aver avuto attorno a sé tutti i suoi cari».
E anche Sofia, crudelmente colpita dalle vicissitudini della sua vita, sembra non riuscire a trovare pace: solo un inaspettato finale sembrerà aprire le porte a una nuova storia, una terza, possibile, parte della “saga”. E ci ammonisce Caterina, nelle ultime pagine del romanzo, «Non vedrò cosa sarà il futuro di Trieste. Non so neppure cosa augurarmi. Vostro padre vivrebbe questo momento con maggiore angoscia di quella che state vivendo voi. Il mio tempo è trascorso da quando il mio Franz se ne è andato. Da allora non ho sentito il desiderio di soddisfare aspettative se non quella di ritornare in questa casa. Oggi siete tutti qui attorno a me e questo fatto è motivo di grande gioia, sollievo fisico, oserei dire. Siete giovani e dovete avere la speranza di vivere in un mondo migliore. Avete il dovere di contribuire a renderlo tale».

Prof. Paolo Quazzolo, docente di Storia del Teatro presso l’Università degli Studi di Trieste