"All’inizio del sentiero" racconto di Marco Giovanetti

Sì ridete, ridete. Adesso che mi avete visto entrare, mi guardate e passate oltre al mio stato, perché sono un timido ubriaco, sempre attaccato al suo bicchiere, per costruire storie non vere. Silente, passo timidamente tra la gente, pauroso che il mio stato sia fastidio. Deriso. Spingendomi vicino all’altare, qualcuno mi vorrebbe far capire che non è un gesto poi così gentile. Ma nemmeno gentile era il suo sguardo quando la faceva restare in piedi nella sala, sola, a guardare le tavole imbandite, in attesa di clienti non venuti. Sola, e attorno quello sguardo di raggiro, di vene che si spezzano negli occhi, di mani impudenti che toccano le sue forme, e io in disparte con una gelosia enorme guardavo all’interno del familiare bicchiere di vino, chino. Maledicendo il tempo per averti perso tra le strade spezzate della vita, nascondendomi all’interno di un boccale. E pensare che un gesto, una parola poteva portarti via, il desiderio ardente di avvicinarti, parlarti. Ma cosa poteva un timido ubriaco, cercando le parole dentro al cuore, d’amore, mentre mi nascondevo dietro un altro calice di vino, e tu sempre sola nella sala, irraggiungibile oltre le barriere della timidezza, non ti accorgevi dello strazio del mio amore. E allora ti scrivevo parole un po’ brille, banali, con scrittura da prima elementare, che filtrate dai fumi dell’alcol perdevano valore. Scrivevo perché molte volte le pene che nascondi dentro al cuore bruciano come il fuoco. Poi ridevo, stracciavo il foglio macchiato d’inchiostro e di vino, chiedevo scusa al mondo per il mio gesto ardito e ritornavo a pensarti dolcemente, a vivere con la fantasia istanti mai vissuti con te e crederli reali, io che non sono nulla, solo un timido ubriaco tra la gente.
E ora di troppo tra gli invitati stipati nella chiesa, ti osservo di nascosto. Ti inonda il bianco dell’abito da sposa che colorerà di grigio la mia vita. Piango. Passeggio con lo sguardo sul tuo corpo, al tuo fianco un viso che non sopporto, risalgo dolcemente sui tuoi fianchi, il tulle che rasenta i miei ricordi, l’organza di una timida carezza, i fiori che avrei voluto regalarti. Tardi. E osservo i tuoi occhi che non piangono, che guardano impassibili l’altare, evitando quello che parole non sanno dare né amare. E allora capisco e lentamente mi rigiro, barcollo tra le ipocrisie della gente, sollevata che io non abbia detto niente. Esco con una rosa sgualcita in una mano, l’appoggio sul selciato della chiesa  e spero che tra poco una pioggia di riso abbassi dolcemente il tuo volto, così la rosa coglierà il tuo sguardo. E ardo. Le spine che le ho tolto sono tante e mentre la raccogli, in un istante saprai che un timido ubriaco ti sta aspettando, ti sta aspettando all’inizio del sentiero.