"La stessa luna" di Raffaele Mastrangelo

racconto terzo classificato alla 2a edizione del concorso "Raccontami il mare"

La vide avvicinarsi sospinta dalle onde, insieme a tante era l’unica che gli interessava: era la ventesima onda. Ne seguì il percorso e la vide posarsi a riva, dolcemente.

Era il suo compleanno, aveva appena festeggiato con gli amici e ora si godeva quel paradiso, al suo paese.

L’odore era fatto di sabbia e salsedine. Il mare saliva verso l’orizzonte: al suo sguardo si confondeva con il cielo. Verso sera si faceva coprire da un lenzuolo di stelle e metteva di guardia la luna a proteggere gli innamorati.

La luna arrivava in ritardo e le stelle arrivavano ubriache.

Dicevano che a San Lorenzo c’era una festa lassù: bisognava attendere un stella cadere per affidar un desiderio.

La storia dell’attesa era tutta una scusa per fare l’amore.

Lui, intanto, camminava sul bagnasciuga; calibrava un passo dopo l’altro. Aveva la certezza inconfondibile della sua età: giovane ed esperto. Osservò quelle onde che, nelle prime ore del mattino, scivolavano a riva; cancellavano le orme e l’ultima cenere di una sigaretta fumata spensieratamente.

Le persone del posto lo chiamavano scugnizzo:

Le persone del posto gli dissero che quella magia non esisteva altrove.

Altrove sarebbe rimasto solo con il mare.

 

La vide avvicinarsi sospinta dalle onde, insieme a tante era l’unica che gli interessava: era la trentesima onda. Ne seguì il percorso e la vide schiantarsi sulla roccia fredda.

L’odore era fatto di scoglio. Il mare saliva verso la città: al suo sguardo si confondeva con le invenzioni dell’uomo. Verso sera si faceva coprire da un lenzuolo di stelle e metteva di guardia la luna a controllarle.

La luna arrivava cinque minuti prima e le stelle arrivavano sobrie.

Dicevano che a San Lorenzo c’era una festa lassù: bisognava attendere un stella cadere per affidar un desiderio.

La storia dell’attesa era una scusa: alla gente del nord non piaceva aspettare per fare l’amore.

Tutto questo dicevano al suo paese.

Lui non guardava in alto, dalle parole dei suoi maestri sapeva tutto; era cauto, camminava sugli scogli. Ogni passo era pronto alla caduta, alla scivolata verso il basso: non era il bagnasciuga che teneva in piedi, ma era roccia solida che non perdonava, fredda al contatto. Non c’era pericolo che quelle orme potessero essere dimenticate; le rocce non si facevano cancellare dalle onde, ma le uccidevano.

Le persone del posto lo chiamavano mulo.

Le persone del posto gli dissero che quella magia non esisteva altrove.

Altrove sarebbe rimasto solo con il mare.

Anche lì dicevano la stessa cosa dei suoi paesani.

Si sentì incredibilmente intrappolato: un coniglio in cappelli diversi, nelle mani di un mago che lo mostrava solamente al mare. Diede uno schiaffo alle dicerie.

Accese una sigaretta.

Seguì della musica. Scese e si ritrovò in mezzo a dei ragazzi che cantavano canzoni accompagnate da note di chitarra.

Per la prima volta alzò gli occhi, i suoi occhi.

Era la notte di San Lorenzo: lassù stavano bevendo uno spritz bianco.

Si sedette tra quegli stranieri. Il mare aveva l’odore di libertà.

Lassù la festa era iniziata, le stelle erano brille.

Una donna gli diede una bottiglia di birra.

Lui disse che compiva trent’anni, quel giorno.

La donna si allontanò.

Intorno non vide più nessuno, beveva cauto, festeggiava solo. La trentesima onda aveva predetto lo schianto sulla roccia. Non sapeva che il mare non mandava a morire le sue onde, ma le infilava tra gli scogli per poi riprendersele.

Arrivarono tutti in fila, chi a piedi e chi su barchette molto brave a galleggiare.

Arrivarono da tante parti: la chitarra si lasciava scappare note di buon compleanno. Gli accendini sostenevano una piccola fiamma. Trenta lucette incerte si pararono davanti a lui: il soffio fu istintivo.

Lorenzo guardò in alto, una stella ubriaca inciampò e iniziò la caduta verso il basso: decise di non esprimere un desiderio già avverato.