Graziella Semacchi Gliubich, "Rubar un'ora"

Luglio Editori

Anche a noi lettori viene rubata un'ora, piacevolissima, con la lettura di questa silloge che scavalca il tempo, per restituirci tanti frammenti di infanzia, giovinezza, e spezzoni di città, luoghi e momenti che sono la vita.
Graziella Semacchi compie questo restyling del cuore e della coscienza con la grazia che le è propria, anzi quasi scusandosi, perché "...me go dito che una za sposada /no ga nissun dirito de 'andar fora / come una muleta un fià sventada. /E zo i rimorsi per 'ver rubado un'ora." Per essere andata a zonzo con l'anima leggera, priva di fardelli.
Eccoci all'endecasillabo dunque! Ne riconosciamo la musicalità, rivisitato in un dialetto triestino sapiente e semplice, con le rime che si rincorrono senza alcuna fatica, come in una cantata di musica da camera, tra il gioioso e il pensoso, con stile meditabondo ma mai grave, mai serioso. Con accenti intimi, nella lingua della madre, appresa tra le quattro mura che dilatandosi diventano Trieste ventosa e marina, ricca di vele e tuffi ed estati che scaldano dentro  per tutte le stagioni. E diventano il senza tempo, un universo.
Capita a Semacchi ciò che accade a Biagio Marin per la sua piccola immensa Grado: il luogo diventa non luogo, una utopia (utopia, dal greco: in nessun luogo). Certamente, in quell'ora ritagliata, e ogni volta che si ripete, un paradiso.
Afferma l'autrice: "E se tornassi a nasser /qua ancora viver volaria".
Si può obiettare,  giustamente, che per ciascuno il luogo natio è unico e insostituibile, che il sentimento legato all'Heimat, l'amata “piccola patria” di H. Hesse, è un fatto naturale, atavico e viscerale. È così. Ma a questo fatto incontrovertibile nel libro si aggiunge dell'altro, si respira di continuo l'aria delle cose perdute - vedi la bellissima poesia dedicata al capitello abbandonato - per dire che il tempo uccide e non restituisce ciò che ruba. Solo la poesia può farlo, anzi la poesia a sua volta ruba le ore al tempo e riesce a pacificare lo spirito anche nella visione del perduto.
Trieste "rubata" ha il fascino di ciò che fu, diventa inestinguibile, il romantico e mitico porto nascosto, un Eldorado. Così per il Carso.
In una contemplazione magica, nasce l'interrogativo: "Chi ga fermado l'attimo?" Ah, allora si possono invertire le fatali leggi distruttive, e perché ciò accada è necessario un sogno, è indispensabile saperlo sognare. Leggiamo subito dopo: "...in vena de scherzar /con quei che no ga perso /la voia de sognar". Neppure noi lettori abbiamo perso lo voglia più necessaria, insieme al pane quotidiano.
Ci viene data una Trieste da sogno, totale, anche con la morte, (vedi La servolana), anche con il volto tragico del pagliaccio triste che svela se stesso in solitudine di fronte al mare (Sul Molo Audace).
Il sogno non elimina il dolore ma lo rende accettabile, sopportabile, integrato, Soltanto il sogno si fa carico del male, del nostro continuo logorarci logorarci.
Semacchi racconta tutto ciò, e lo fa illustrare magistralmente da un fotografo, Massimo Cetin, che accompagna i versi con  scatti evocativi, densi di pathos nel suo straordinario bianco e nero.

Graziella Atzori