Giuseppe Nava, "Esecuzioni", d'if (2013)

Una raccolta di testi di formidabile cogenza nella genesi formale e nel gelido narrare, giocata com’è su un’altrettanto formidabile contraddizione poetica, costruita con un linguaggio che azzera l’io e la scrittura per dar vita a poesie da brividi. Perché le Esecuzioni non si riferisco-no ad attività umane come il fare musica, portare a termine un compito, svolgere un incarico ecc., ma all’infliggere la morte in tempo di guerra, come se non bastassero i caduti sul cam-po. Giuseppe Nava si mette a spulciare le sentenze a morte emesse durante la Grande Guer-ra contro i poveri cristi analfabeti (la truppa e qualche anarchico) deportati dalle campagne a fare una guerra che non gli appartiene e che non capiscono. La sfilza di fucilati al petto o alla schiena con disonore, ma senza difesa alcuna, è raccontata con le parole delle sentenze, e relative motivazioni, ridondanti di retorica patriottarda, che segnalano un gap comunicativo insanabile. Neanche una parola o una stringa è estranea ai registri delle sentenze, mentre la lettera di un condannato a morte alla moglie sembra voglia sciogliere il groppo emotivo e a-prire in soggettiva un varco al dolore. Una scrittura che manca di qualunque segno grafico, una struttura poetica che insiste sugli enjambement e gli a capo a riscontrare lo scippo dell’identità ai condannati a morte, indicati solo con una sigla in minuscolo.
Per chi milita contro le guerre e per chi sta imparando a militare.