"Lo specchio" racconto di Antonio Sia

Karol era un tipo schivo. Anche un po’ strano, a pensarci bene. Da quando era giunto in paese non era riuscito a legare con nessuno. Sempre sulle sue, assorto nei suoi pensieri e circondato da un’aura di mistero alimentato anche da strane voci che lo dipingevano come un tipo senza passato, di cui si sapeva
ben poco. Nessuno sapeva come vivesse e cosa facesse per vivere. Lo si vedeva passeggiare all’imbrunire, nella penombra, assorto nei suoi pensieri. Si vociferava che, tra le sue tante stranezze, avesse la passione di collezionare barattoli. Una passione tanto strana quanto il suo essere, del resto. Nella sua cantina se ne potevano contare a centinaia e di tutte le forme. Tutti barattoli rigorosamente bianchi, in vetro trasparente e tutti rigorosamente vuoti.
La mia innata curiosità mi spinse ad andare a trovarlo. Mi sentivo attratto da quell’uomo, da quell’alone di mistero che lo circondava.
Cordialmente m’invitò a entrare in casa sua e ad ammirare la sua collezione.
Accettai e, dopo avermi fatto strada lungo la rampa che conduceva in cantina, aprì la porticina da cui si accedeva alla sala della collezione. Nell’affacciarmi sull’uscio restai a bocca aperta. Più che una sala era quasi una galleria, stretta e molto lunga, poco illuminata, scavata nella roccia e di cui s’intravedeva a mala pena il fondo. Un luogo tetro, scarsamente illuminato dalla fioca luce prodotta dalle lampade a basso voltaggio che Karol aveva volutamente posto.
Gli scaffali a tutt’altezza che correvano lungo i lati e su cui erano disposti i barattoli dalle diverse fogge sfumavano in una sorta di nebbia e polvere che saturava e ovattava l’atmosfera.
Tra le inconsuete forme in vetro si potevano indovinare sagome di ortaggi o frutti come pomodori, pere, mele. Poi profili di cuori dalle diverse dimensioni. Alcuni contenitori erano modellati in forme sinuose come curve di donne o perfino di fiori con petali in cristallo che sporgevano subito sotto il tappo. Alcuni erano vere e proprie opere d’arte.
- Vedi, ogni barattolo rappresenta un desiderio o un rimpianto. Sul lato sinistro gli scaffali sono pieni di barattoli di desideri. Sul lato destro invece ho sistemato i rimpianti. A prima vista sembrano vuoti ma se riuscirai a concentrarti potrai anche tu leggere il contenuto dei singoli barattoli. Tra questi scaffali c’è tutta la mia vita che si snoda tra fantastici sogni e amari rimpianti. In gioventù gli scaffali di sinistra, quelli dei sogni e dei desideri, erano stracolmi, quasi non c’era posto per sistemarne altri; ora, invece, come vedi, ci sono tantissimi posti vuoti. Molti dei barattoli sono stati spostati dagli scaffali dei desideri a quelli dei rimpianti. Sto avanzando negli anni e credo che sarò definitivamente vecchio quando non ci sarà alcun barattolo a sinistra e gli scaffali di destra traboccheranno -.
M’irrigidii e ribattei. - Ma come puoi dire questo? I rimpianti appartengono a chi non ha vissuto, a chi si è nascosto alla vita schivandone le gioie e non affrontando le difficoltà! Non avere più sogni ma solo rimpianti è indice di morte imminente! -.
Mi voltai verso Karol ma non lo trovai. Mi concentrai sullo scaffale di destra che correva all’altezza del mio viso. Fissai un vaso a forma di cuore e riconobbi il volto sorridente di Lucia. Rividi la scena di quando non avevo avuto il coraggio di confessarle il mio amore e lei se ne era andata in lacrime. Poco più in là tra il vetro di un altro barattolo riuscii a scorgere mio padre che mi guardava amorevolmente e si domandava del perché avevo nascosto la mia disperazione, senza renderlo partecipe, dietro una maschera d’orgoglio tutto maschile ispirata all’eroe solitario che sa badare a se stesso.
Percepii forte il rimpianto di un abbraccio mancato, di quel contatto tra i nostri corpi che mi avrebbe trasmesso tutto il calore del suo amore. Un nodo alla gola m’impediva quasi di respirare, un tremore diffuso pervase le mie membra. Mi girai di scatto verso l’altro scaffale e vidi alcuni dei miei sogni che ancora giacevano dentro i vetri; la loro immagine era però offuscata, quasi stessero svanendo. Voltai ancora la testa in cerca di Karol, desideravo spiegazioni, ero confuso, quasi terrorizzato.
Vidi la sua immagine sfocata in fondo al tunnel alla fine degli scaffali. Mi avvicinai e sentii un colpo secco proprio qui, alla bocca dello stomaco, nel vedere che sulla parete dove mi stavo avvicinando c’era solo un grande specchio. Karol mi sorrideva da dentro lo specchio.
E aveva il mio volto.