"L'ammazzacaffé" racconto di Antonello Dinapoli

A casa mia si mangia bene. Si è sempre mangiato bene, da generazioni.
Non credo sia necessariamente una questione culturale, dovuta per esempio al fatto che siamo meridionali, quanto proprio di priorità. L'alimentazione prima di tutto. Non si mangia sano, non si mangia né poco né molto, non si mangia sempre, si mangia semplicemente bene.
A casa mia, da che ne conservo la memoria, si è sempre seguito questo modus vivendi e non è mai morto nessuno.
La gente è passata, è trapassata, è entrata ed uscita di galera, dall'ospedale, dalle scuole dell'obbligo, dai tribunali, dai carrozzieri, dalle bande, dalle chiese, dagli ospedali psichiatrici e dalle cliniche per l'aborto e sono passati cugini, nipoti, mogli, amanti, parenti sconosciuti, poveri conoscenti, preti e vigili urbani, ma mai – e poi mai – s'è smesso di mangiare bene.
Mia nonna paterna, che dio l'abbia in gloria, arrivò tardi al funerale del povero secondo marito poiché impegnata nella preparazione della pasta al forno con le polpette e il cugino Pasquale detto Linuccio (per distinguerlo dallo zio Pasqualino, dallo zio Lino e dai cugini Lillino, Lalluccio e Lello) pare annullò le nozze programmate con la zia Angelica in attesa che questa imparasse a cucinare correttamente la rinomata pietanza levantina “patate riso e cozze”, così come mamma gliela faceva.
Una storia lunga una vita, quella della mia famiglia, ricca di strani vuoti temporali, sconosciuti colpi di scena, misteriose sparizioni e curiosi nessi causa-effetto, ma dalla poderosa memoria gastronomica. Il bisnonno materno Michele (di cui il sottoscritto e altri trentadue parenti portano il nome) a un certo punto scappò dall'Italia per andarsene in America a causa di uno screzio con un balilla e nessuno in famiglia  pare conoscere né le motivazioni circostanziate della fuga, né tanto meno quale sorte toccò al trisnonno Michele. E nessuno se ne è mai preoccupato.
Sono spuntati neonati senza che ci fosse stata gravidanza, sono scomparsi neonati nonostante conclamate gravidanze, sono volate coltellate, denunce e unioni parentali poco pulite, e, a distanza anche di pochi mesi, chiunque ne aveva perso la memoria. Nessuno si è mai chiesto che fine avessero fatto i soldi della vendita della casa di campagna, per quale motivo qualche parente fosse scomparso per alcuni anni in Sud America e di che cosa morì  l'ottuagenario prozio Vincenzo, trovato nudo sulla spiaggia salentina, a duecento chilometri da casa. Ma tutti ricordano perfettamente i menù dei matrimoni, il cenone della vigilia di Natale del 1986 (quando la cugina Mariuccia sostituì per errore il sale con lo zucchero nelle anguille al sugo), che genere di alimenti fosse conveniente comprare nei vari paesi dell'entroterra barese dal 1946 ad oggi e tutti ancora si interrogano, come ottusi studiosi della Sindone, sulla misteriosa crostata di cioccolato e ricotta spacciata per fatta in casa dalla fidanzata – poi sposa e poi vedova – del cugino Angelino, ma probabilmente comprata in pasticceria per fare bella figura durante la Pasqua del 1979.
Una storia, quella della mia famiglia, lunga quanto un pranzo di matrimonio e liturgica come la preparazione del ragù perfetto.
Nessuna distrazione, nessun incidente di percorso, durante ogni pasto si discute del menù di quello successivo e in base agli acquisti necessari e al tempo di preparazione si organizza la giornata. Nessun allarme, nessuna sorpresa, perché le pietanze sono blindate e non necessitano di nessuna variazione, quasi fossero tutti ingredienti di un pasto più alto e universale, una sorta di tavolata esistenziale che ci accompagna dall'antipasto dello svezzamento all'ammazzacaffè della morte.